Camera Oscura: curiosità
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| Camera Oscura |
E’ già da un pò che sto cercando di organizzare una piccola camera oscura per imparare l’arte antica dello sviluppo.
E’ incredibile quanto la fotografia digitale e la “camera oscura digitale” (PHOTOSHOP, LIGHTROOM o chi per esso) abbia, grazie ai canali, i comandi scherma e brucia, i metodi di fusione, tantissime affinità con l’attività dei nostri predecessori fotografi.
Per certi aspetti (e qui qualcuno riderà) la possibilità di sviluppare il nostro file digitale in modo personale (do per scontato che lo si faccia con cura e conoscenza), in realtà ci avvicini a ciò che i fotografi facevano nell’ottocento. Infatti, se penso a quando ero piccolo, quasi nessun fotografo sviluppava da se le pellicole (ovviamente parlo del fotografo “medio”), ma si affidava a laboratori specializzati di fiducia che operava scelte proprie secondo il proprio know-how e gusto.
Oggi invece, complice anche tutto il resto della tecnologia, web in primis, il fotografo ha la possibilità di “sviluppare” le proprie foto e deciderne il risultato finale, fermo restante le conoscenze e le capacità nel mettere in atto tecniche adatte.
Detto ciò, nelle mie ricerche sulla camera oscura, mi sono imbattuto in un vadevecum che spiegava alcune tecniche di sviluppo e fissaggio della pellicola fino all’uso dell’ingranditore per la stampa.
Bé mi è subito saltata all’occhio la parola provino a contatto: quante volte mi sono chiesto il perché di quel nome, che ancora oggi viene usato anche in Photoshop.
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| Provini a contatto |
Ecco svelato il mistero: una volta che la pellicola fosse pronta per la stampa, veniva tagliata a strisce di alcuni fotogrammi (come il fotografo di fiducia ce le ridava nel taschino all’ultima pagina del porta foto) e appoggiata (a contatto) con la carta per creare dei provini. La carta, una volta trattata dava al fotografo un’idea di quali foto usare ed in che modo bisognava eseguire la stampa.
La seconda curiosità invece è per certi aspetti più comprensibile, ma conoscerne il motivo mi da comunque una piccola soddisfazione.
Si tratta del classico bordino bianco che si trova attorno alle foto stampate, o per i più social, intorno ad alcune foto che tutti i giorni uploadate su instagram.
Bene. Nell’atto dell’impressione, attraverso l’ingranditore, del negativo sulla carta fotografica, per tenere ben fermo il foglio veniva usata una cornice chiamata “marginatore” che lasciava appunto questa piccola cornice bianca tutt’intorno la foto.
| Marginatore |
A presto con altre curiosità che riguardano la fotografia.
N.B. un grazie a Nicola Prisco, per le belle chiacchierate, l’amore e la passione che ha per la fotografia.
Fotografare la via lattea
Fotografare la via lattea
Ma in realtà, facendo un pò di pratica con la volta celeste (grazie a Crescenzo), e individuando ormai facilmente ad occhio nudo la famosa “Milky Way”, una notte senza luna (precisamente il 24 giungo 2012 ) sono rimasto incantato da questo spettacolo:
Indipendentemente dai dati di scatto, per evitare il mosso nelle stelle è opportuno non spingersi oltre i 25 secondi di esposizione.
Lo scatto verticale gode palesemente di condizioni ottime sia di luce che di limpidezza dell’aria, e della totale assenza di inquinamento luminoso.
E qui, ancora una foto presa dalla spiaggia, sempre in compagnia, nel tentativo di capire e migliorare la composizione. Il fuoco acceso alle spalle colora i soggetti e il costone roccioso.
Da segnalare ancora una volta un applicazione gratuita i-phone per visualizzare la posizione della via lattea nel cielo sopra di noi (e non solo): Pianeti
Vito Fusco: GOOGLE TRUSTED PHOTOGRAPHER
E’ con grande soddisfazione che, dopo essere stato selezionato da GOOGLE, per lanciare il programma BUSINESS PHOTO IN ITALIA, ho iniziato a vedere l’interesse delle attività per questo nuovo sturmento che l’azienda di Mountain View mette a disposizione delle attività commerciali attente allo sviluppo della rete.
Mi occupo di fotografia professionale dal 2009.
Sin dall’inizio ho trovato la fotografia a 360 gradi un mezzo eccezionale per permettere ai navigatori del web di avere una vera e propria esperienza 3D all’interno di attività commerciali, luoghi o eventi.
Oggi, con il programma BUSINESS PHOTO, tutto ciò ha raggiunto livelli di interazione incredibili.
La possibilità di localizzare il business sul MAPS di GOOGLE, la navigazione con l’ormai conosciutissima interfaccia di STREET VIEW permettono alle attività una visibilità mai avuta prima.
Ogni business, contattando un fotografo certificato (GOOGLE TRUSTED PHOTOGRAPHER), ha la garanzia di interagire con un professionista, che lo soddisferà nell’ulteriore realizzazione di scatti di qualità da agiungere alle schede appositamente create su GOOGLE LOCAL.
La parte interessante, sotto l’aspetto fotografico è che con questo strumento, si possono portare alla luce, aspetti e luoghi delle attività impossibili da visitare, come il laboratorio artigianale di una pasticceria mentre è nel pieno della produzione.
Insomma il limite è la fantasia del fotografo.
Per ulteriori informazioni è possibile consultare il sito creato ad hoc http://www.businessphotoitalia.it/
o contattatemi direttamente:
089 813 073 oppure 339 24 02 766,
sarò lieto di rispondere alle vostre domande.
In allegato alcuni esempi di business realizzati, come il Garden Bar Zagara:
Clicca per navigare le foto a 360 gradi di:
Il buco di Montepertuso (POSITANO):
http://www.vitofusco.com/Files/1274726430.swf
Flavia Coiffeur (POSITANO)
http://www.vitofusco.com/Files/1273592192.swf
Positano dal mare:
http://www.vitofusco.com/Files/1273191177.swf
Pontile di attracco Lucibello (POSITANO):
http://www.vitofusco.com/Files/1303582280.swf
Asia: tempio Bianco (THAYLAND)
…detto così suona un pò banale e provocatorio…ora mi spiego.
In genere non posto le mie foto sul mio profile FB, per tantissime ragioni che non sto qui a spiegare, ma quando lo faccio noto con piacere che il mezzo funziona benissimo, anche se questo social network non è tra i migliori per quanto riguarda le immagini.
Qualche giorno fa ho postato questa foto:
Al di là dei mi piace che fanno piacere, ma sono relativi, sono stato contattato da una persona, Mr. Richard Michelli, fondatore del sito http://www.italialiving.com. Mi ha chiesto la possibilità di pubblicare una mia foto come foto del mese nella sua newsletter e di farmi un intervista.
… ecco il perché del titolo…
premetto che io adoro il mio paese e non sono filo-nessuno e sopratutto non intendo generalizzare, ma adoro il rispetto e la cultura dell’immagine che hanno negli Stati Uniti, anche se l’arte fotografica ha avuto i natali in Europa.
Adoro che qualcuno chieda il permesso di usare una foto che può facilmente essere scaricata e da FB e usata nella propria newsletter (quindi non pubblicamente e di conseguenza sarebbe impossibile da parte di un fotografo accorgersi del fatto) e scambiare l’ok del fotografo regalandogli un intervista e di conseguenza un pò di visibilità.
Che Dio benedica questa parte del pensiero americano.
http://www.italialiving.com/featured/captivating-photography-by-vito-fusco/
Vito Fusco.
App iphone utili ai Fotografi
Oggi gli smartphone con le loro App sono uno strumento assolutamente da “sfruttare” nel tempo libero, nella vita di tutti i giorni e ovviamente nel lavoro. Personalmente non conosco App Android in quanto posseggo un i-phone, ma sono certo che ce ne siano di ottime. In ogni caso i mie suggerimenti riguardano delle App che uso durante il mio lavoro di fotografo, o anche per organizzare al meglio il mio lavoro prima o dopo i servizi fotografici, in studio o outdoor.
Partiamo dalla prima applicazione: Photo Calc LINK
E’ un applicazione utile e versatile con all’interno varie funzioni:
- Calcolo della profondità di campo
- Calcolo dell’esposizione giusta del flash
- Calcolo dell’ora di alba e tramonto, fase lunare

La pellicola fotografica
La pellicola fotografica è il supporto che consente alle immagini riprese mediante una macchina fotografica analogica, di essere conservate in forma negativa, per poi essere stampate mediante il processo chiamato sviluppo che ne permette la trasformazione in positivo e l’utilizzo
Le fotografie erano inizialmente catturate utilizzando supporti di rame, vetro o metallo cosparso di soluzioni di nitrato d’argento. Nel 1871 Richard Leach Maddox mise a punto una nuova emulsione, preparata con bromuro di cadmio, nitrato d’argento e gelatina. Il 1888 vide la nascita della Kodak N.1 e della pellicola avvolgibile, sulla quale il materiale fotosensibile era cosparso su carta che nel 1891 venne sostituita con una pellicola di celluloide avvolta in rulli, la moderna pellicola fotografica.
È costruita a strati, il supporto di base è un sottile nastro di materiale plastico (solitamente poliestere o triacetato di celluloide), a cui è sovrapposto uno strato antialone per evitare riflessi interni. Gli strati successivi contengono una emulsione di alogenuro d’argento con cristalli di grandezza variabile. Il materiale fotosensibile è legato con della gelatina, realizzata da materiali organici animali, all’alogenuro, prodotto combinando il nitrato d’argento con sali di alogenuri alchilici (cloro, bromo e iodio) variando la dimensione del cristallo. La variazione della grandezza del cristallo ne varia anche la sensibilità (il cristallo più grande è capace di catturare la luce più velocemente) e al contempo la grana (la grana è l’effetto di granulosità che ha la fotografia dopo lo sviluppo, oggi “assimilabile” all’effetto dato dal rumore elettronico quando si scatta con fotocamere digitali in condizioni di scarsa luce, anche se quest’ultimo è meno piacevole e naturale). La sensibilità delle pellicole è espresso in ISO (valori più alti indicano una pellicola più sensibile)
Nelle pellicole bianco e nero, è presente un solo strato di emulsione fotosensibile, mentre nelle pellicole colore sono necessari tre diversi strati sensibili alle diverse frequenze di luce visibile per formare l’immagine finale, utilizzando la sintesi cromatica sottrattiva. Questi strati sono disposti uno sopra l’altro e resi sensibili ai colori con delle molecole organiche chiamate sensibilizzatori spettrali. Partendo dal basso, il primo strato è sensibile al rosso, il secondo al verde e il terzo al blu. Tra il verde e il blu è presente uno strato filtro di colorante giallo per evitare il passaggio del blu. L’emulsione può essere resa sensibile alla luce visibile, all’infrarosso, all’ultravioletto, ai raggi X o ai raggi gamma.
Quando la pellicola viene sottoposta ad una esposizione controllata di luce si imprime una immagine su di essa, chiamata immagine latente. È necessario applicare alla pellicola i processi chimici di rivelazione (sviluppo) per creare una immagine stabile e insensibile ad ulteriori esposizioni alla luce, mediante i processi di sviluppo e fissaggio.
Classificazione e caratteristiche
La pellicola fotografica può essere per negativi o invertibile. La prima trasforma l’immagine latente in negativo, quindi viene stampata su carta fotografica per ottenere il positivo, mentre nella pellicola invertibile o diapositiva il processo di sviluppo trasforma l’immagine in positiva, da proiettare o stampare.
Altre caratteristiche delle pellicole sono la sensibilità, la grana, la latitudine di posa, la risolvenza ed il contrasto.
Sensibilità:
In fotografia, la velocità della pellicola, detta anche sensibilità o rapidità, indica la sensibilità di una pellicola fotografica (o del sensore in una fotocamera digitale) alla luce.
Uno scatto con pellicola a bassa sensibilità richiede (a parità di condizioni), un tempo di esposizione maggiore; si parla perciò di pellicola lenta, viceversa, una pellicola ad alta sensibilità, che richiede tempi di esposizione più brevi, si dice pellicola veloce.
La velocità si misura in numeri ISO e/o ASA (o in Germania in numeri DIN); quanto più alto è il numero, tanto più sensibile alla luce è la pellicola o il sensore e quindi, a pari condizioni, tanto più breve è l’esposizione.
Le pellicole con rapidità ISO/ASA da 25 a 64 (15-20 DIN) sono lente; da 125 a 400 (22-27 DIN) di rapidità da moderata a media; quelle superiori a 500 (28 DIN) sono rapide.
Lo standard ISO 5800:1987 definisce due scale (una lineare e una logaritmica) per misurare la velocità delle pellicole. La scala lineare corrisponde alla scala ASA (oggi non più usata), mentre la seconda corrisponde alla scala DIN, anch’essa non più usata.
I numeri sono calcolati in modo che una pellicola con numero ISO/ASA doppio di un altro ha sensibilità doppia e, a parità di condizioni, richiede la metà del tempo di esposizione.
Nella scala DIN la rapidità della pellicola raddoppia ogni tre valori, per cui una pellicola da 18 DIN è due volte più rapida di una da 15 DIN.
Come per i tempi di esposizione e le aperture del diaframma, anche per quanto riguarda gli ISO/ASA il passaggio da un numero all’altro si indica in gergo stop, aumentando/diminuendo di uno stop la velocità della pellicola si raddoppia/dimezza la quantità di luce.
Il valore della rapidità deve essere impostato sulla scala di sensibilità della fotocamera affinché l’esposimetro interno possa indicare i dati di esposizione corretti.
I valori di ISO più comuni sono 25/15°, 50/18°, 100/21°, 200/24°, 400/27°, 800/30°, 1600/33°, e 3200/36°. I fotoamatori e i fotografi semiprofessionisti utilizzano principalmente pellicole fra i 100/21° e gli 800/30°.
La seguente tabella mostra le corrispondenze fra le diverse scale:
| scala lineare ISO ASA |
scala logaritmica ISO DIN |
esempio con questa velocità nominale |
|---|---|---|
| 3 | 6° | |
| 4 | 7° | |
| 5 | 8° | |
| 6 | 9° | |
| 8 | 10° | |
| 10 | 11° | Kodachrome |
| 12 | 12° | Ferraniacolor, Gevacolor R5 (8 mm) |
| 16 | 13° | vecchie Agfacolor (8 mm) |
| 20 | 14° | |
| 25 | 15° | vecchie Agfacolor, Kodachrome 25 |
| 32 | 16° | |
| 40 | 17° | Kodachrome 40 (video) |
| 50 | 18° | Fuji RVP (Velvia), Ilford PAN F |
| 64 | 19° | Kodachrome 64 |
| 80 | 20° | Ilford Commercial Ortho |
| 100 | 21° | Kodacolor Gold, Kodak T-Max (TMX) |
| 125 | 22° | Ilford FP4 |
| 160 | 23° | Fuji NPS |
| 200 | 24° | Fujicolor Superia 200 |
| 250 | 25° | |
| 320 | 26° | Kodak Tri-X Pan (TXP) |
| 400 | 27° | Kodak T-Max (TMY) |
| 500 | 28° | |
| 640 | 29° | |
| 800 | 30° | Fuji NPZ |
| 1000 | 31° | Ilford Delta 3200 (vedi sotto), Agfachrome 1000 RS |
| 1250 | 32° | |
| 1600 | 33° | Fujicolor 1600 |
| 2000 | 34° | |
| 2500 | 35° | |
| 3200 | 36° | |
| 4000 | 37° | |
| 5000 | 38° | |
| 6400 | 39° |
Grana:
Essendo la superfice della pellicola composta da cristalli alogenuro d’argento di grandezza variabile, la grnadezza di questti cristalli ne determina la granulosità sia reale, che nel suo risultato finale, Ovviamente questa grandezza determina anche la capacità della pellicola stessa di acquisire più o meno velocemente la luce al momento dell’apertura dell’otturatore quindi ne diviene che la granulosità è in proporzione inversa alla sensibilità. In poche parole una pellicola più sensibile, quindi con cristalli di alogenuro più grandi permette velocità di scatto maggiori a “discapito” della resa meno omogenea in fase di stampa. Attenzione però, la grana con il passare del tempo è diventata un chiaro e significativo stile di fotografare, perché rende le foto più drastiche e incisive.
Latitudine di posa:
Riferito alla fotografia, la latitudine di posa misura la capacità di registrare sfumature che vanno dallo scuro al chiaro. Maggiore è la latitudine di posa, più grande è la capacità di registrare neri più neri e chiari più chiari. E’ quindi un valore da calcolare come un range che più esteso è, più opportunità ci da di riprodurre ciò che stiamo fotografando. Tanto per intenderci lo strumento più perfetto al mondo sotto questo punto di vista, ancora inimitato, è l’occhio umano: esso è dotato di una “latitudine di posa” diurna che permette di raccogliere una DR totale di 10.000:1, anche se, in realtà, la Latitudine di posa dell’occhio umano è ben superiore al valore di 10.000, se includiamo anche le capacità di visione notturna. Ecco spiegato perché in realtà fotografando dall’interno di una stanza, anche abbastanza illuminata, e decidendo di esporla bene dal punto di vista fotografico, il cielo all’esterno di un eventuale finestra viene del tutto bianco (quindi bruciato). Con gli occhi siamo capaci di gestire la grande differenza di luminosità che c’è tra l’interno e l’esterno, mentre con la pellicola, e ancor più con un sensore digitale, il range operativo è molto più ristretto.
Contrasto:
Il contrasto in un’immagine è il rapporto o differenza tra il valore più alto (punto più luminoso) e il valore più basso (punto più scuro) della luminosità nell’immagine. Se si aumenta tale differenza i valori più luminosi tendono al valore massimo e i valori più scuri tendono al valore minimo. I valori intermedi non cambiano
Le pellicole sono tarate per una particolare temperatura di colore, normalmente per luce diurna. Per l’utilizzo con fonti luminose diverse dalla luce naturale sono disponibili pellicole per luce al tungsteno o al Neon, oppure si possono utilizzare appositi filtri fotografici per la conversione colore dominante.
La pellicola fotografica può essere per negativi o invertibile. La prima trasforma l’immagine latente in negativo, quindi viene stampata su carta fotografica per ottenere il positivo, mentre nella pellicola invertibile o diapositiva il processo di sviluppo trasforma l’immagine in positiva, da proiettare o stampare.
Altre caratteristiche delle pellicole sono la sensibilità, la grana, la latitudine di posa, la risolvenza ed il contrasto. Le pellicole sono tarate per una particolare temperatura di colore, normalmente per luce diurna. Per l’utilizzo con fonti luminose diverse dalla luce naturale sono disponibili pellicole per luce al tungsteno o al Neon, oppure si possono utilizzare appositi filtri fotografici per la conversione colore dominante.
Trattamento spinto
È possibile esporre una pellicola ad una sensibilità diversa da quella nominale, con una tecnica chiamata trattamento spinto (push processing nella letteratura in inglese). Con il trattamento spinto si utilizza la pellicola ad una sensibilità superiore, ovvero una sottoespozione che in fase di sviluppo richiede un aumento del tempo di sviluppo (o della temperatura dei liquidi) per compensare la scarsa esposizione. Questo procedimento aumenta il contrasto e la grana. Viceversa, utilizzando il pull, si sovraespone in ripresa con la conseguente riduzione del tempo di sviluppo. In questo caso il contrasto e la saturazione dei colori diminuiscono.
Difetto di reciprocità
Il rapporto di reciprocità, definito come la relazione tra diaframma, tempo di esposizione e velocità della pellicola, è sempre lineare tranne che nelle situazioni in cui il tempo di esposizione è particolarmente breve o molto lungo. Nelle pellicole bianco e nero gli elementi sensibili presenti sulla pellicola non reagiscono allo stesso modo e possono provocare una risposta alla luce insufficiente. Questo problema, chiamato difetto di reciprocità, può essere corretto variando l’esposizione e compensando la risposta insufficiente.
Nelle pellicole a colori la risposta alla luce è diversa per ogni livello di materiale fotosensibile, quindi si incorre in dominanti di colore che possono essere corrette con l’utilizzo di appositi filtri. Il problema si presenta anche nelle riprese con flash, che portano, solitamente, a immagini con dominanza tendente al ciano. Queste soluzioni vengono normalmente illustrate all’interno dei manuali tecnici delle pellicole. Ad esempio, una pellicola 50 ISO, richiede una compensazione dell’esposizione quando si utilizza un tempo di 4 secondi o superiore. La compensazione necessaria nel caso di esposizione di 4 secondi è di 1/3, quindi la pellicola dovrà essere esposta per circa 4,3 secondi.
Questo difetto è importante nella fotografia astronomica, in quanto la necessità di lunghe esposizioni porta al limite la risposta della pellicola. Per aumentare la sensibilità della pellicola e rendere la risposta alla luce più lineare nel tempo, è possibile immergere la pellicola nel gas “forming gas” a 30/40 °C sottovuoto, per diverse ore. Deve essere mantenuta sotto zero ed estratta, utilizzata e sviluppata in brevissimo tempo.
Pellicole istantanee
Esistono in commercio pellicole che contengono i chimici necessari per lo sviluppo diretto all’interno dello stesso supporto. La prima pellicola di questo tipo è stata introdotta dalla Polaroid nel 1948 e permette di ottenere l’immagine positiva pochi minuti dopo l’esposizione. Negli anni 70′ anche la Kodak inizia la produzione di pellicole simili. Tali pellicole autosviluppanti denominate Kodak Instant, a differenza delle Polaroid, erano rettangolari e l’immagine sulla superficie misurava 9 x 6,8 cm. Dopo aver perso una battaglia di brevetti con la Polaroid Corporation, Kodak ha lasciato il business Instant Camera il 9 gennaio 1986. Uno dei pochi fotografi che ha realizzato con questo materiale Kodak alcune ricerche fotografiche è l’italiano Augusto De Luca.
Conservazione
La conservazione delle pellicole non ancora esposte richiede temperature inferiori a 15 °C per l’uso nel medio periodo, inferiori a 0 °C per l’utilizzo nel lungo periodo. Questo evita il naturale degrado degli alogenuri che possono portare a dominanti cromatiche o variazioni della sensibilità. Per le pellicole esposte sono sufficienti temperature inferiori a 25 °C per il medio periodo e inferiori a 10 °C per il lungo periodo, sempre con umidità compresa tra il 30% e il 50%. È importante comunque sviluppare la pellicola il prima possibile, per evitare il decadimento degli alogenuri.
Spettro visibile, Temperatura Colore e Mired
Le condizioni di luce variano a seconda della fonte luminosa che illumina la scena che vediamo.
Il nostro cervello, pur percependo queste variazioni (scena calda illuminata da una luce di una candela, fredda illuminata da un neon), di fatto opera delle approssimazioni che portano a farci percepire il bianco come tale anche se affetto da dominanti che lo colorano.
La temperatura colore, viene misurata in gradi Kelvin. Il concetto sulla quale si basa tale misurazione è che “un corpo solido riscaldato all’incandescenza emette prevalentemente nella gamma della luce visibile, ma la lunghezza d’onda del picco di emissione varia al variare della temperatura. A soldoni se si prende un pezzo di ferro e lo si riscalda a mano a mano che la temperatura del corpo sale esso assumerà una colorazione che andrà dal rosso, passando per un giallo fino ad arrivare ad un blu.
Qui sotto una rappresentazione dello spettro visibile dall’occhio umano
La temperatura colore della luce, in fotografia, viene riferita alle comuni fonti di illuminazioni come il sole (6500 °K) o una candela (2000 °K), anche nei preset delle macchine fotografiche.

Oggi con l’uso sempre più frequente del formato RAW, la maggior parte dei fotografi professionisti, o amatoriali avanzati, scattano con il bilanciamento del bianco impostato su AUTO, per poi operare le correzioni opportune nei vari software a disposizione sul mercato. Bene fin qui niente di nuovo.
L’argomento si fa interessante invece quando entra in campo il concetto di non linearità e incostanza della variazione della temperatura colore. Infatti la luce produce variazioni più evidenti alle basse temperature colore piuttosto che alle alte.
Ad esempio una variazione di 1000°K su una temperatura colore di 5000 °K di fatto produce un’alterazione non percepibile, mentre su un valore di 2000°K la differenza sarà notevole. Per definire con precisione l’entità della variazione, bisogna far riferimento all’unità di misura “Mired” (M) (MIcro REciprocal Degrees) che si ottiene seguendo questa formula:
M= 1000000 / T°
Tale valore è in grado di fornire un riferimento quantificabile in termini percettivi.
Es.
1000000 / 5000 °K = 200
1000000 / 6000 °K = 167
La differenza ci da la variazione di temperatura colore che risulta è pari a 33 Mired.
1000000 / 2000 °K = 500
1000000 / 3000 °K = 334
Nel secondo caso la variazione è più consistente ed è pari a 166 Mired
Il Mired era un unita usata principalmente per definire i filtri di compensazione delle temperature colore soprattutto nel cinema, ma nel moderno utilizzo che si fa delle immagini digitali (argomento a noi più vicino), almeno ci potrà far capire cosa accade a livello di variazione della temperatura colore a diverse temperature. Operando su temperature colore “più fredde” l’accuratezza deve essere superiore in quanto variazioni più piccole possono hanno normalmente più peso.

























